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Il colore come sinfonia liquida

Una mano che si fa guidare dal pennello. Un pittore che si fa guidare dalla mano. E un crinale sottile che si può percorrere senza fine, dove il colore deve essere un equilibrista in perenne bilico tra vivacità e dolcezza, rigore e generosità, serietà e recita, bellezza e verità. Ecco gli elementi del gioco.
Una pittura alle cui radici c’è un evidente studio della composizione impressionista, assorbita eseguendo “falsi d’autore”, ma che non trascura il divisionismo e il paesaggio italiano di fine ‘800 (G.DeNittis, F.P.Michetti, F.Rossano...). Ne deriva un distillato originale, eminentemente paesaggistico, in cui poesia e scienza del colore entrano in continua tensione, e possono e debbono distinguersi, ma non separarsi.
Questa pittura non disdegna l’approccio ”retinico”, né la richiesta della committenza, ma propone un prodotto pregiato che non vieta di vivere autenticamente un universale dell’esperienza pittorica: il colore. Il colore come rapporto tra i colori. Come orchestrazione. Come miniera infinita di segreti. Come campo relativistico che forza la percezione, dove tutto è effetto di tutto, sfida inaggirabile tra chiasso e sinfonia. Il colore come scienza e desiderio degli esiti imprevedibili. Il colore come mare. Mare leopardiano dove è ancora bello naufragare.
Questo stile non disdegna lo stile. Vi è una preferenza per le tinte fredde, naturali, calmanti, terreno di coltura atto a preparare i tocchi più caldi e vivaci. Ma più di tutto, al di là del pretesto soggettistico, vi è il fascino di quell’oscillazione interminabile del colore tra contrasto e fusione, dove su tutto alita la presenza dell’aria e di un amalgama liquido, smaltato, che sublima in lucida perdita della forma, brillante percezione che estingue, nitore di pure apparenze, cifra segreta e paradossale e pulsare della vita visiva stessa. E’ questo lo stile morbido, lirico, atmosferico e liquido di T. Lapico, dove l’occhio goethianamente e quasi autisticamente ritorna figlio felice della luce, del colore, della pittura.



Paolo Citti 31/1/’06



Le due anime di Titolapico

La pittura di Titolapico ha due anime che vivono in apparente contraddizione. Ma se si esce dalle convenzioni che vogliono sussumere la realtà all’ideologia, si scopre che il lavoro effettivo, quello che produce risultati, è uno solo. Nelle sue ricerche coloristiche e formali, fatte di prove, sperimentazioni, confronti, dubbi e conferme, vi è il materiale necessario al superamento della contraddizione. Non è possibile, né intelligente, separare le due anime, non gioverebbe né a noi spettatori alla ricerca di una chiave di lettura, né a lui come artista. Nessuno dei due compirebbe un passo avanti verso la chiarezza. Bisogna invece porsi nella dimensione che abbraccia il dipingere nel suo insieme, come unico atto. Non c’è contraddizione per chi lavora con consapevolezza. Esistono solamente due momenti diversi, ma non separati, tanto meno contrapposti. Uno che soddisfa pratiche esigenze, l’altro che esprime la necessità di definire un proprio linguaggio. Sebbene soggiacciano a diverse impellenze sono unite dalla creatività. La costanza della ripetizione conferisce al lavoro di Titolapico una base qualitativa in continua evoluzione che inevitabilmente ricade su quelle tele dove la sua arte è libera da condizionamenti. Da un lato il suo talento si oggettiva nel momento interpretativo dei maestri dell’Impressionismo, in particolare Monet, di cui non si limita a dare una pedissequa riproduzione ma reinterpreta la concezione di luce, spazio, colore. Dall’altro prende forma nelle sue ricerche, il pigmento, la combinazione luminosa dei riflessi acquatici come via per sperimentare e mettere a frutto le sue conoscenze. Per un verso o per l’altro è possibile osservare come il suo linguaggio sia coerente e divenga materia fruibile a chi guarda con occhi predisposti. Proprio nel saper guardare sta il segreto dell’apprezzare un’opera d’arte, ognuno di noi ha un “suo” modo di guardare al quale ci siamo abituati o educati. Nei dipinti di Titolapico, come di qualunque altro pittore, c’è la possibilità reale di scoprire emozioni inaspettate, se solo saremo in grado di cercarle. Dietro un campo di papaveri, una donna con l’ombrellino o un gioco di riflessi senza forma si nasconde una visione del mondo che ne fa un oggetto unico, irripetibile. Ed è questo che dobbiamo cercare, la caratteristica peculiare che fa di un semplice dipinto un’opera d’arte.
Graziano Ferrari